lunedì 5 novembre 2012

"Interni" - Tre Racconti di Mario Barzaghi



Ilaria Barzaghi, Interno estate 1993, acquarello
Interni di Mario Barzaghi (Edizioni youcanprint, 2012) è un’opera consistente di tre racconti intitolati Figure di carta, Vita di Isidoro e Memoria di viaggio. Si tratta di tre storie che si muovono al di là della realtà e delle sue consuete dimensioni dello spazio e del tempo: esse infatti rappresentano tre punti di fuga dal mondo quotidiano, tre piccole porte attraverso le quali si discende nella propria interiorità per esplorare possibilità alternative dell’amore, dell’arte, dell’avventura e ci si incammina in cerca del sogno ponendosi sulla via del ritorno ad un’origine il cui profumo è svanito per sempre.
Alice Mirror by Sebastien Servaire
Nel primo racconto, Figure di carta,  il protagonista immagina che al nostro mondo tridimensionale, il cui  aspetto più appariscente è di essere una «immane raccolta di fatti» che si dispongono già ordinati in modo che sia possibile dare all’esperienza un unico senso, senso che si costituisce perentoriamente quale realtà, se ne possa contrapporre un altro strutturato su due dimensioni.
Su cosa si basa la pretesa superiorità del nostro mondo tridimensionale ordinato in fatti? Sulla costruzione di una teoria del maggior valore del proprio essere poggiante su di un giudizio economico: un mondo è superiore ad un altro se produce più ricchezza. La ricchezza è la terza dimensione costituente il valore aggiunto al suo essere: tale valore è, quindi, il surplus economico.
 Soldatini di carta, G. Crepax

Così dell’epoca bidimensionale si dice che, «nel complesso non vi fu sulla terra periodo più penoso per la possibilità di vita: si pativano tutte le conseguenze immaginabili di una assoluta dipendenza dalla natura che si mostrava con malattie, pestilenze, freddo e fame. Infatti, ad ogni rigido inverno, ad ogni estate troppo secca, ad ogni raccolto mancato, bambini, donne, vecchi venivano decimati dalla mancanza di scorte alimentari».
Mentre col sopraggiungere degli stranieri conquistatori che introdussero una terza dimensione vennero operati «cambiamenti grandiosi in questo senso. La terra dava più frutti, tanto che si riuscirono a superare i periodi di carestia per via di accumuli di scorte. Il lavoro venne rigorosamente diviso e se ne avvantaggiò in modo notevole la quantità e la qualità dei prodotti. La durata media della vita umana aumentò. Dato che i nuovi non erano malvagi a poco a poco le popolazioni si amalgamarono » (FdC, p.11). Tutte tranne una che rimase, invece, ostinatamente legata ad un’esistenza a due dimensioni. Questo racconto narra la storia di questo popolo attraverso gli occhi dei suoi tre personaggi principali, Dario, Marco e Dora.
Scala elicoidale, Palazzo di Caprarola, Vignola
 Il tema di fondo del secondo racconto  - Vita di Isidoro - è il rapporto tra idea e tempo, tema che viene trattato narrando dell’impossibilità da parte di Isidoro, l’architetto protagonista della storia, di concepire la copertura di un edificio che ha avuto l’incarico di costruire. Attraverso tale problema architettonico si registra l’impotenza dell’idea di venire in luce quando essa non ha ancora raggiunto la propria significatività dinanzi alla storia: così il protagonista avverte che «mancava qualcosa che egli non riusciva a raffigurarsi, che forse doveva ancora apparire, ma che avrebbe anche potuto non giungere mai ad una forma compiuta» (VdI, pp. 28-29).
San Cataldo, Palermo
Isidoro è stimolato dai suoi maestri, gli architetti Consono e Numitore, ad interrogarsi sul valore dello spazio nell’arte costruttiva: infatti, dinanzi al Palazzo ormai abbandonato della Capitale,  Consono, secondo il proprio ideale classico, sostiene che ogni opera di architettura deve esprimere «bellezza e bontà», cioè servire a qualcosa. «Certo ora non più, ma solo perché l'utile era stato sbiadito dal tempo. Qui qualcosa sfuggiva: questo qualcosa era solo più forte delle forme, oppure c'era anche dell'altro? In particolare: era possibile che la distruzione delle forme consistesse solo nel fatto che col tempo dovessero semplicemente diventare inutili? Da ultimo, e con più chiarezza: dove sono andate a finire dopo che se le è prese il tempo? » (Ib, p. 32). Nel tentativo di rispondere a tale domande Isidoro consumerà la propria esistenza: solo in sogno, o in punto di morte, otterrà la visione della forma architettonica alla cui elaborazione ha dedicato tutto il proprio impegno artistico.
Dodo, di D. Murphy
Il terzo racconto - Memoria di viaggio - è un’allegoria del mondo moderno nel suo vertiginoso rincorrersi di crisi e sviluppo. Donde proviene la scissione originaria della modernità per cui, nel mentre sembra accrescersi indefinitamente quale sistema dell’opulenza, una forza ineludibile la spinge a rotta di collo verso una destinazione la cui meta è l’abisso? La causa di tutto ciò è un’infezione maligna che proviene da Marte o semplicemente l’effetto dello svolgersi coerente dei principi in base a cui la civiltà moderna è sorta?
Astragalo, Decorazione architettonica





Il cuore della dimensione allegorica del racconto è il suo protagonista, il personaggio di Astragalo: è ammalato e nel mentre che gode ottima salute. I comuni medici non sanno cosa dire, per cui deve intervenire lo stesso fondatore della medicina, Ippocrate, a conferirgli la capacità di esaminare se stesso nel senso più profondo per scoprire l’origine di una propensione morbosa risultata incomprensibile agli occhi del positivismo clinico. Ed in effetti si dice che quando Astragalo «esaminò con circospezione la propria radiografia non riusciva a scorgervi la macchia di cui da tempo gli parlavano i medici. L'insieme lo faceva piuttosto pensare a qualcosa che disegnava nella sua infanzia», cioè a qualcosa che risale alle sue più lontane origini. Di qui il viaggio mitico-fantastico che si risolve di intraprendere sul filo di una memoria che si rivelerà, infine, nascosta a lui stesso proprio nel momento in cui giungerà sul punto di portare finalmente alla luce il suo segreto avendo percorso tutte le stazioni del proprio mondo arcaico sotterraneo.











giovedì 10 maggio 2012

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Dmitrij Šostakovic

Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk, basata su una novella di Leskov e composta da Šostakovic tra il 1930 e il ’32, venne rappresentata a Leningrado e a Mosca nel 1934. Il suo allestimento scatenò le accese critiche da parte dei portavoce ufficiali del governo, che considerarono il linguaggio di Šostakovic poco comunicativo e troppo sofisticato dal punto di vista della ricerca strutturale. Inoltre, venne severamente condannata la modernità della scrittura e l’audacia di alcune situazioni, in particolare della scena d’amore tra Caterina e Sergej nel primo atto. L’accusa parte dal famoso articolo di Zdanov  “Caos anziché musica”, pubblicato sulla “Pravda” il 28 gennaio 1936. Nonostante la sua attiva partecipazione alle organizzazioni statali (anche ai vertici delle gerarchie ufficiali e burocratiche), Šostakovic viene duramente redarguito per essersi allontanato dalle istanze del ‘socialismo reale’. Egli, come altri grandi intellettuali quali Bulgakov o Grossman, deve, dunque, scontrarsi con l’ideologia staliniana. Dopo Il naso (1930), nel quale aveva affrontato l’universo popolare e grottesco di Gogol’, Šostakovic si misura qui con una tematica carica di tensioni, non priva di aspetti grevi carichi di un erotismo esplicito di cui la critica spesso non colse il fine di denuncia come se la poesia non si servisse proprio di queste situazioni rivestendole di un linguaggio consono per rappresentare il male e la degradazione umana. Per cui ad esempio Stravinsky accusò l’opera di provincialismo ed una rivista americana specializzata la definì “pornophony”! Sappiamo da un passo delle Memorie del compositore che Šostakovic si era avvicinato al soggetto per amore di Leskov ma anche grazie alla carica suggestiva delle illustrazioni erotiche di Kustodiev e al film, definito «vigoroso e avvincente», di Ceslav Savinski.

Dmitrij Šostakovic

L’opera si incentra sul personaggio femminile di Caterina, protagonista indiscussa. Šostakovic si era già avvicinato al genere grottesco, del quale coglieva in particolare il lato ambivalente, dissacratorio e trasgressivo. Comportamenti, persone, situazioni si deformano, si mescolano, si rendono metamorfici grazie all’ottica sarcastica che, nel caso di Lady Macbeth , svela il lato tragico dell’esistenza sotto la patina dei pregiudizi morali e dei codici comportamentali sanciti. Šostakovic era infatti attratto dall’estetica di Goya e provava un forte interesse per i processi psicologici e mentali come venivano fantasticamente reinventati da Hoffmann e da Poe. Insomma, la realtà, per lui, non è mai una, ma svela sempre le sue molteplici facce: e Caterina, a differenza del personaggio originale di Leskov, viene letta da Prejs e da Šostakovic come simbolo dolente di una scelta distruttiva e autodistruttiva, cui la crudeltà dei costumi patriarcali l’hanno costretta. La donna, specie nel periodo pre-rivoluzionario, non ha possibilità di vivere le proprie passioni se non optando per la follia e la degradazione.  Caterina, quindi, rappresenta le contraddizioni di un personaggo lacerato e tragico: figura sfaccettata e polivalente, dà carattere a tutta l’opera assumendo su di sé l’unico vero e proprio ruolo lirico, appassionato ed espressivo in senso tradizionale. Osserva infatti il compositore a proposito della sua opera (facendo attenzione, però, al fatto che nell'interpretare le opere di Šostakovic, bisogna accettare con prudenza le dichiarazioni dell'autore, attento a velare  verità imbarazzanti per l’ideologia totalitaria staliniana):

«L'opera è per me tragica. Direi che la si potrebbe definire un'opera tragico-satirica. Anche se Katerina L'vovna è un'omicida - assassina infatti il marito e il suocero - ho per lei simpatia. Mi sono preoccupato di dare a tutti gli avvenimenti che la circondano un oscuro carattere satirico. Il termine "satirico" non è certo da intendersi nel suo significato di "ridicolo, canzonatorio". Al contrario: con la Lady Macbeth mi sono preoccupato di creare un'opera che sia una satira larvata e, gettando la maschera, obblighi a odiare lo spaventoso arbitrio e i soprusi della classe dei commercianti».

 Stalin timoniere

Gli altri personaggi sono quasi sempre connotati da stilizzazioni volgari, da musica di consumo o da intonazioni grottesche e forzate. È significativo che proprio questi aspetti stranianti, che creavano un’increspatura psicologica tra l’autenticità della solitudine di Caterina e il torbido malessere degli altri personaggi, abbiano urtato il sistema ideologico sovietico dell’epoca. Le accuse rivolte alla vecchia famiglia di stampo maschilista infastidivano l’ottimismo ipocrita ed edificante del regime. Questo è forse il motivo dell’abbandono, da parte di Šostakovic, dei lavori teatrali che, a eccezione della commedia musicale composta molto più tardi, Mosca, quartiere Cerëmuski (1959), rimasero tutti allo stadio di abbozzo. Nella versione riveduta, che andò in scena nel 1963 a Mosca, con il nuovo titolo Katerina Izmajlova , l’opera, ripresa grazie all’atmosfera di ‘disgelo’ di quegli anni, è comunque ‘ripulita’ dagli aspetti più truculenti e dalle scene più erotiche; viene inoltre enfatizzato l’aspetto della denuncia sociale. Riproposta in Europa e negli Stati Uniti, ispirerà un film (dal titolo Katerina Izmajlova, 1967) diffuso in tutto il mondo.
Ma per ritrovare l’autentica Lady Macbeth di Mcensk  occorrerà attendere la fine degli anni Settanta con la versione diretta da Mstislav Rostropovic che annovera Galina Visnevskaja quale insuperabile interprete di Katerina. Infatti, afferma Rostropovic, che Sostakovic ha dovuto imparare a sue spese a vivere "in clandestinità". Di conseguenza, Rostropovic accantona le dichiarazioni ufficiali del suo autore preferito e - d'accordo con la maggior parte dei Teatri in Occidente - riporta finalmente alla luce l'originaria Lady Macbeth di Mcensk, più aspra, certo, ma più autentica.


Copertina dell'opera diretta da Mstislav Rostropovic

domenica 19 giugno 2011

LA REAZIONE DELL'OCCIDENTE CRISTIANO ALL’INVASIONE TURCA NEI SECOLI XI-XVI

[Seguito del post:
IL FOLKLORE BALCANICO, LA CHIESA ORTODOSSA E LA CONCEZIONE DEL VAMPIRO NERO]


Turco a cavallo Anonimo - "Giornale illustrato dei viaggi  dell'800"


Massima espansione dell'impero ottomano - 1580


Una trentina d’anni dopo la caduta di Costantinopoli (1453), e malgrado la sconfitta di Belgrado (1456), le mire di espansione turche in Europa Occidentale si erano fatte più consistenti. Il 28 luglio 1480 circa 18.000 Turchi inviati da Maometto II, capeggiati da Agomat Pascià, sbarcarono nell’area costiera denominata Baia dei Turchi per invadere Otranto. Fino all’11 agosto la difesa militare della città costò la vita a 12.000 otrantini, mentre 5.000 vennero fatti schiavi. Quando i Turchi entrarono definitivamente nella città, iniziò il massacro della popolazione.
Per questo a Otranto, tra il 13 e il 15 di agosto, ogni anno, si svolgono i festeggiamenti in onore dei Beati Martiri Idruntini, patroni insieme a San Francesco della cittadina del Salento.
Si tratta, appunto, della commemorazione dell'eccidio compiuto per mano dei turchi nel 1480 ai danni di 800 otrantini che vennero decapitati sul colle della Minerva.


La Madonnina commemorativa degli 800 martiri di Otranto 


L'espansione turca verso Occidente segnò un arresto il 7 ottobre 1571 a Lepanto dove la flotta della Lega Santa (promossa da papa Pio V) sconfisse la flotta dell’Impero ottomano.
Anche se per registrare la definitiva sconfitta turca occorre attendere la battaglia di Vienna che ebbe luogo l'11 e il 12 settembre 1683 e pose fine a due mesi di assedio posto dall'esercito turco, appunto, alla città di Vienna.


"La battaglia di Lepanto" di Paolo Veronese

Dopo la vittoria di Lepanto il papa fece aggiungere alle Litanie della Santissima Vergine l’invocazione: “Ausilio dei Cristiani” (auxilium Cristianorum) e ordinò l’istituzione di una festa, che prese il nome di “festa della Madonna delle Vittorie“.

Madonna del Rosario o delle Vittorie - Immagine votiva


L'invasione turca rappresentò, dunque, un trauma di notevole entità per la comunità cristiana europea. Ma mentre con la battaglia di Lepanto l'avanzata si arrestò verso Occidente, la penisola balcanica rimase un saldo possesso degli ottomani.

Come si è visto in un precedente post, il 28 Giugno 1389 con la battaglia di Kosovo Polje l'esercito cristiano serbo viene travolto e sbaragliato e gli ottomani instaurano un dominio durato ben 500 anni.

Il memoriale, eretto a Gazimestan nel 1953 in onore dei cavalieri serbi caduti martiri nella battaglia del Kosovo - 1389

 Questa sconfitta resterà nella leggenda e sarà una delle cause di futuri conflitti nell'area balcanica; ma, per quel che ci riguarda, sarà una delle fonti della credenza nel vampirismo nero dei turchi giunti dall'inferno allo scopo di ridurre i popoli slavi a schiavi non-morti.
In tal senso resta esemplare il caso dei giannizzeri.
I giannizzeri erano truppe scelte del sultano costituite da cristiani rapiti ancora bambini dai turchi e convertiti all'Islam.
Il "reclutamento" avveniva in tutte le comunità cristiane balcaniche rurali, ma la maggior parte dei coscritti era albanese. Questi villaggi dovevano cedere ai turchi i figli più robusti in età tra 6 e 9 anni per farli diventare giannizzeri. Questa pratica era considerata un vero e proprio flagello e molti cristiani fuggivano sulle montagne con i loro bambini per sottrarvisi. 

Giannizzeri - Stampa turca del XIX sec.


La sconfitta nella battaglia del Kosovo ha avuto un tale impatto da restare ancora oggi impressa nella mente dei serbi.
Ciò è vero al punto che, quando il 12 ottobre 2010 la partita di calcio Italia-Serbia viene sospesa a causa dei disordini provocati dalla tifoseria serba, la polizia può identificare il suo capo, Ivan Bogdanov, appartenente al partito nazionalista serbo, perché era a tutti noto che costui portava tatuata sul braccio la data del "1389", cioè quella della battaglia del Kosovo.

Ivan Bogdanov - GENOVA 12 OTTOBRE 2010 - Partita ITALIA-SERBIA

 
[Per il complesso dell'informazione sull'argomento qui trattato cfr. MARIO BARZAGHI, Il mito del vampiro - Da demone della morte nera a spettro della modernità, Rubbettino, 2010]

mercoledì 8 giugno 2011

IL "VURDALAK" QUALE VAMPIRO ROSSO

 
Vurdalak è un termine con cui si designa in Serbia il vampiro che noi qui intendiamo come rosso in contrapposizione al nero (Cfr. il post: Il folklore balcanico, la Chiesa ortodossa e la concezione del vampiro nero).

Il senso che diamo a questa coppia di concetti è attestato nel bel racconto di Alexej Tolstoj intitolato La famiglia del Vurdalak, da cui è stato tratto un episodio del film di Mario Bava del 1963 I tre volti della paura, intitolato I Vurdalak.

Boris Kalloff è un Vurdalak nel film di Mario Bava "I tre volti della paura"

Il film è di grande interesse se si considera che dal suo titolo inglese, Black Sabbath, ha tratto il suo nome la celebre band inglese heavy metal e che pare abbia influenzato Tarantino per Pulp Fiction e Polansky per L'inquilino del terzo piano.

Ma torniamo al vampirismo. Nel racconto menzionato un villaggio di contadini serbi è minacciato da un vampiro nero, il terribile brigante turco di nome Alibek; perciò Gorscia, il patriarca della famiglia oggetto della storia di Tolstoj, decide di unirsi ad altri uomini della comunità per andarne in caccia. Nel momento di allontanarsi, però, chiama a sé i figli e si raccomanda che, se dovesse tornare a casa dopo dieci giorni, di non farlo entrare e di provvedere a trafiggerlo con un paletto di betulla perché, trascorso tale tempo, non sarebbe diventato altro che un Vurdalak, cioè un vampiro rosso tornato a succhiare il sangue dei familiari e a spargere, così, l'epidemia del vampirismo la cui prima cagione è costituita, appunto, dai demoni turchi quali vampiri neri.

Boris Kalloff come Vurdalak

Come si diceva questo racconto è esemplare per comprendere il concetto chiave del vampirismo nel folklore slavo che è, appunto, quello che ruota attorno alla relazione vampiro-nero \ vampiro-rosso, dove la fonte dell'ìinfezione è, dunque, individuata negli invasori turchi. Quella dei turchi è una popolazione mostruosa e crudele venuta a spargere la pestilenza del vampirismo tra gli slavi cristiani per impossessarsi della loro anima: questa è l'essenza della problematica vampiristica.

(Per il complesso di tali informazioni cfr. MARIO BARZAGHI, Il mito del vampiro, Rubbettino 2010, III cap.)

Sequenza del film "I tre volti della paura" di Mario Bava (1963) - Episodio I Vurdalak. 

domenica 29 maggio 2011

IL FOLKLORE BALCANICO, LA CHIESA ORTODOSSA E LA CONCEZIONE DEL VAMPIRO NERO QUALE REAZIONE ALL’INVASIONE TURCA

Folklore balcanico

 

Nel folklore balcanico la conservazione del cadavere è interpretata come mancata purificazione nella madre terra e ciò è mostruoso segno della presenza di un demone spargitore di peste, cioè di un non-morto succhiatore di sangue e spargitore di peste. (Vedi post "Le origini del vampiro”)


Uccisione di non morta - Stampa popolare


La concezione dell’eresia nella chiesa greco-ortodossa

La chiesa greco-ortodossa muove da tale tradizione pagana per elaborare una propria teoria dell’eresia - cioè in grado di individuare chi sia colui che sparge dottrine contrarie all'ortodossia: ebbene la mancata decomposizione nella tomba è sicuro segno del fatto che il cadavere appartiene a qualcuno che in vita ha sparso l’eresia. Infatti, ciò mostra in modo inequivocabile che costui è stato condannato dalla giustizia divina a non trovare pace nella tomba e a girovagare come un mostro ripugnante tra i cristiani, cioè ad assumere la condizione del non-morto.

Paletto per vampiro

Forte di tale concezione, la chiesa greco-ortodossa si fa parte attiva nella condanna dell’eresia scagliando un anatema contro coloro che in vita sono stati eretici, anatema con cui li scomunica e li condanna a non poter godere della benedizione della decomposizione e, così, a diventare non-morti, cioè vampiri.

Le invasioni turche e la concezione del vampiro nero


Tale scenario subisce un mutamento da quando nel Balcani i cristiani greco-ortodossi si trovano di fronte alle invasioni turche: dinanzi a tale minaccia innanzitutto i popoli balcanici creano una coalizione militare contro i turchi, ma nel 1389 subiscono una tremenda sconfitta nella battaglia del Kosovo.


Battaglia del Kosovo - 1389 - di Adam Stefanovic

In seguito l’avanzata si fa inarrestabile: Buda cade nel 1541. Solo Vienna, assediata nel 1683, resiste e riesce così ad arrestare la loro espansione dai Balcani verso Occidente.

Ottoman Empire Wallachia - Transylvania

Ebbene, a tale invasione vittoriosa i popoli balcanici ormai sconfitti militarmente reagiscono sul piano spirituale elaborando la concezione del vampiro nero.


Turco a cavallo- Stampa popolare del XIX sec.

Secondo tale concezione i vampiri neri turchi sono i diffusori del vampirismo rosso tra i cristiani ortodossi (Per questa differenza confronta il post “Le origini del vampiro”).

[Per il complesso di tali informazioni cfr. M. Barzaghi, Il mito del vampiro, Rubbettino 2010, cap. I, “L’immagine del vampiro nel folklore e l’elaborazione del culto dei morti nel cristianesimo”]

domenica 22 maggio 2011

IL CULTO CATTOLICO DEI MORTI - SECONDA PARTE


IL CULTO CATTOLICO DEI MORTI

Architettura macabra - Cimitero Cappucini Roma


Come si è già avuto modo di osservare, l'idea che la non decomposizione del cadavere sia segno di benedizione è propriamente cattolica (vedi blog "Le origini del vampiro").
Da ciò sembra essere derivata l'usanza di conservare il cadavere e di farne un oggetto di culto.
Questa concezione è particolarmente evidente nei cimiteri dei Cappuccini dove sono conservate le mummie di numerosi confratelli.

 

Cimitero dei Cappuccini - Roma - Sec. XVII e XVIII - Chiesa dei Cappuccini



Confratello mummificato - Chiesa della Confraternita dei morti - 1567 - Urbania


Quella della "Chiesa della Confraternita dei morti" - 1567 - di Urbania, è una storia antica e misteriosa che ha inizio nel lontano 1567, quando ad Urbania venne fondata la confraternita della "Buona Morte". Da allora, diciotto mummie riposano nella cripta della piccola chiesa dei Morti di Urbania, naturalmente conservate. E' nato così un museo forse un po' macabro, ma sicuramente affascinante, visto che a visitare quei corpi nella cripta dietro l'altare maggiore sono circa 13mila persone l'anno.
Scopo della confraternita della "Buona Morte" era il trasporto gratuito dei cadaveri, l’assistenza ai moribondi e ai condannati a morte, la registrazione in appositi libri dei defunti e la distribuzione delle elemosine ai parenti dei defunti. La sepoltura dei corpi avveniva nel retro della piccola chiesa, in un terreno adibito a cimitero. Nei primi anni del 1800, con l'editto di Saint Cloud che, emanato da Napoleone Bonaparte, istituiva i cimiteri extraurbani per ragioni sanitarie, dal piccolo cimitero di Urbania vennero riesumati i corpi che, però, incredibilmente, riaffiorarono intatti.
Nel 1833, i diciotto corpi mummificati, furono esposti dietro l’altare della cappella che da allora prese il nome di "Chiesa dei Morti". Tra gli anni Sessanta e Settanta, alcuni antropologi e biologi diedero una spiegazione scientifica del fenomeno: sembra infatti che una particolare muffa (hipha bombicina pers) ne abbia provocato l’essiccazione. I corpi, oltre alla struttura scheletrica, hanno la pelle, gli organi, in alcuni casi i capelli e gli organi genitali. Tra le mummie, quella del priore Vincenzo Piccini con moglie e figlio, quella del fornaio detto “Lunano” e di una donna morta per parto, un giovane accoltellato in una veglia danzante, con tanto di squarcio della lama, un impiccato e quella di una persona che si dice sia stata sepolta viva in stato di morte apparente, risevegliandosi poi nella tomba [Urbania (Pu), 19 ago. (Adnkronos Cultura)]
E' questo, dunque, un caso di conservazione naturale.



Diciotto corpi mummificati naturalmente e conservati
nella cripta della "Chiesa dei morti" di Urbania

Ma l'abitudine cattolica di mummificare artificialmente il cadavere è diffusa: il caso del cimitero dei Cappuccini di Palermo ne fa fede.

 
 
Una mummia di donna conservata nel settore femminile del Cimitero dei Cappuccini di Palermo 



Mummia di ufficiale - Convento dei Cappuccini - Palermo

 
Nella cappella di S. Michele dell'antico duomo di Venzone (Udine) esistono 22 mummie naturali. La più antica è quella del cosiddetto "Gobbo", scoperta nel 1647.
Anche se priva dei piedi, la mummia in questione era fornita di un pene così grande che i militari francesi in passato ne prelevarono alcuni pezzi per souvenirs.


Le mummie di S. Michele di Venzone (Udine)



Mummia del campanaro della chiesa di Ferentillo (TN)


Nell'897 a Roma papa Stefano VI promosse un processo contro la mummia del suo predecessore, papa Formoso, morto 8 mesi prima. La salma fu vestita degli abiti pontifici e posta su un trono nella sala del Concilio.
Dopo la condanna alla mummia per indegnità al cadavere vennero strappate le vesti e tagliate le tre dita della mano destra usate per benedire. Poi i poveri resti, trascinati per la città, furono gettati nel Tevere.

Jean Paul Laurens - 1870 - Processo al cadavere di papa Formoso


Il 18 Aprile 1485, a Roma, alcuni operai che lavorano lungo la via Appia sprofondarono in una cavità del terreno e scoprirono un antico sarcofago di marmo di epoca romana. Lo aprirono e dentro trovarono un corpo coperto di una sostanza grassa e profumata. Rimossa la crosta, apparve loro il volto dolcissimo di una fanciulla che sembrava essere stata sepolta quel giorno stesso. Anche il corpo era perfetto, tranne qualche ammaccatura.
La salma, deposta in una bara di legno, venne esposta due giorni dopo nel palazzo dei Conservatori a Roma dove ventimila persone accorsero a visitare quelle antiche spoglie in un solo giorno. Papa Innocenzo VIII, allarmato da tanto clamore suscitato da una pagana, fece trasportare nottetempo il corpo ormai in decomposizione in un luogo segreto facendolo seppellire.



Mummia della fanciulla della via Appia (disegno d'epoca)


sabato 21 maggio 2011

IL CULTO CATTOLICO DEI MORTI E LA NASCITA DEL PURGATORIO

IL CULTO CATTOLICO DEI MORTI

La Chiesa ha sempre manifestato un sommo interesse ad esercitare un controllo sul culto dei morti: un'area questa in cui originariamente, cioè fin dall'epoca del basso impero e in tutto il corso del medioevo, era forte la tradizione pagana. Ecco come si articolava tale tradizione:

FOLKLORE CELTICO
I morti ritornano per tre giorni ogni anno per ricongiungersi coi vivi durante il Trinozio di Samonios (tra il 31 ottobre e il 1 novembre).

Danza Macabra - Miniatura del XVI sec.

FOLKLORE GERMANICO
1) Mitologia norrena circa i morti in battaglia (eroi): caccia selvaggia di Odino (Odino guida una schiera di guerrieri morti in battaglia in una furiosa caccia notturna).

La caccia selvaggia
2) Mitologia norrena circa i morti comuni: exercitus mortuorum di Hellequin (il demone Hellequin - il cui nome deriva dal germanico "Hölle König", "Re dell'inferno" - guida una torma di anime inquiete per la campagna).
Maschera demoniaca di Arlecchino

Fin dall'XI secolo i racconti di apparizioni di un exercitus mortuorum  sono diffusi in tutta Europa.
Da quel momento in poi nei documenti l'aspetto diabolico dell'esercito dei morti risulta sempre più evidente e, per la prima volta, nell'apparizione del 1° gennaio del 1091, esso riceve il nome di familia Herlechini, un demone gigantesco armato di un'enorme clava alla guida di nani deformi e di uomini e donne morti da poco, lamentanti la loro condizione di anime inquiete. Fra di essi erano defunti di ogni ordine sociale: chierici, monaci, cavalieri.

Il demone Hellequin aspetta i morti trasportati nelle bare


LA CHIESA CATTOLICA DINANZI AI CULTI PAGANI
GERMANICI E CELTICI

L'ISTITUZIONE DELLA FESTA DEI SANTI E DEI MORTI

Papa Gregorio IV nell'834 sposta la festa dei morti santi dal 13 maggio al 1° novembre per sovrapporre il culto cristiano a quello celtico al fine di cristianizzare la credenza pagana celtica del ritorno dei morti nelle notti tra il 31 ottobre e il 1 novembre. Per completare tale operazione nel 998 o nel 1030 (la data non è certa) nel monastero di Cluny è istituita la commemorazione dei morti comuni il 2 novembre.

Tutti i santi - Icona greca - 1700ca

A questo punto nasce la dottrina cattolica completa dei morti che ora li divide in tre aree: quella dei morti santi, dei morti comuni e degli spiriti erranti.
In particolare ora, per cristianizzare la credenza germanica nella Caccia selvaggia di Odino e nell'exercitus mortuorum di Hellequin, questi vengono equiparati a una torma di diavoli e\o di anime inquiete che si aggira nottetempo tra i vivi.

Dante chiama Alichino un demone infernale (Alichino in un'illustrazione dell'Inferno di Dante di G. Dorè)

L'ISTITUZIONE DEL PURGATORIO

Infine, nei concili di Lione del 1274 e di Firenze nel 1418, abbiamo l'stituzione del regno ultraterreno del Purgatorio al fine di collocare i morti comuni in un mondo mediano, dando così ai parenti la possibilità di operare per la pace della loro anima attraverso la pratica delle indulgenze.


Immaginetta votiva del Purgatorio

Per la precisione è ora possibile pregare i morti santi e fare buone azioni per procurare indulgenza ai propri cari estinti stazionanti in Purgatorio al fine di affrettare la loro salita in Paradiso.

I morti cattolici salgono in Cielo dal Purgatorio - Quadro votivo del 400



Immaginetta votiva di Santa Rosalia, morta santa a cui ci si può rivolgere per impetrare grazia per i propri morti
Palermo, Museo Pitré

[Per il complesso di tali informazioni cfr. M. Barzaghi, Il mito del vampiro, Rubbettino 2010, cap. I, “L’immagine del vampiro nel folklore e l’elaborazione del culto dei morti nel cristianesimo”]